Боксёрское восстание: американские солдаты взбираются на стену Пекина 14 августа 1900 года
Presidente degli Stati Uniti William McKinley 1897–1901 · repubblicano
  • Guerra ispano-americana del 1898: gli USA ottennero Porto Rico, Guam e le Filippine, e Cuba passò sotto il loro controllo.
  • Nel luglio 1898 firmò la risoluzione di annessione delle Hawaii.
  • Inizio della guerra filippino-americana (1899) ed emendamento Platt (1901); assassinato nel settembre 1901.
Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt 1901–1909 · repubblicano
  • Sostenne la secessione di Panama dalla Colombia (1903) e ottenne la Zona del Canale.
  • Il corollario Roosevelt alla dottrina Monroe (1904) fece degli USA la «polizia internazionale» dell’America Latina.
  • Assunse il controllo delle dogane dominicane (1905) e occupò Cuba (1906–1909).
Vittime:Secondo l’articolo, circa 100.000 persone morirono durante la rivolta e la sua repressione, per lo più cinesi; migliaia furono uccise nell’assalto a Tianjin e Pechino e nelle spedizioni punitive.
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La rivolta dei Boxer fu un movimento popolare in Cina nel 1899–1901 contro gli stranieri che alla fine dell’Ottocento spadroneggiavano nel paese come se fosse loro. Alla fine i ribelli furono schiacciati dalle truppe di otto potenze, e tra queste c’erano gli americani. Ufficialmente gli USA arrivarono per «salvare diplomatici e missionari». Tuttavia tutto finì con l’assalto a Pechino, saccheggi e un’enorme indennità che la Cina pagò per decenni.

Lo dico subito: non idealizzo i ribelli, anche loro uccisero innocenti. Ma mi indigna come questa storia viene raccontata in Occidente, come se il «mondo civile» si difendesse dai «selvaggi». Dopotutto gli stranieri arrivarono in Cina da soli, con cannoni e oppio, e nessuno li aveva invitati. Perciò cominciamo da ciò che accadeva nel paese prima della rivolta.

Da dove nacque la rivolta dei Boxer

Alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento la Cina veniva letteralmente fatta a pezzi. Per esempio, nel 1898 la Germania prese il porto di Qingdao, la Russia Port Arthur, la Gran Bretagna Weihaiwei, mentre Francia e Giappone allargavano le loro zone d’influenza. Inoltre in tutto il paese lavoravano missionari stranieri, protetti dai loro consoli e spesso coinvolti nelle dispute locali. A tutto ciò si aggiunsero siccità, fame e rovina dei contadini, così l’esplosione fu inevitabile.

Di conseguenza nella provincia dello Shandong nacque il movimento Yihetuan, le «Milizie della giustizia e della concordia». Gli stranieri, a loro volta, li chiamarono «Boxer» per i loro esercizi marziali rituali. All’inizio il loro motto era rivolto sia contro gli stranieri sia contro la dinastia mancese al potere, ma presto divenne «Sostenere i Qing, sterminare gli stranieri».

La politica della «porta aperta»

E gli USA? L’America non aveva colonie in Cina, ma aveva un appetito enorme. Allo stesso tempo mercanti e missionari americani lavoravano in Cina da decenni. Perciò nel 1899 il segretario di Stato John Hay inviò alle potenze le note sulla «politica della porta aperta»: la Cina resti unita, ma tutti devono commerciarvi alla pari. In altre parole, gli USA non si opponevano al saccheggio della Cina: chiedevano solo la loro parte. E questo subito dopo che la guerra ispano-americana aveva dato a Washington le Filippine, un comodo trampolino davanti alle coste cinesi.

Come gli USA schiacciarono la rivolta dei Boxer

Prima, nell’estate del 1900, i ribelli entrarono a Pechino e assediarono il quartiere delle legazioni. Il 21 giugno il governo dell’imperatrice vedova Cixi dichiarò guerra alle potenze straniere. Di conseguenza Gran Bretagna, Germania, Russia, Francia, Giappone, Italia, Austria-Ungheria e USA misero insieme un esercito d’invasione, l’Alleanza delle otto nazioni. Il contingente americano, la cosiddetta China Relief Expedition del generale Adna Chaffee, contava circa 2.500 uomini e arrivò soprattutto dalle Filippine, dove nello stesso momento gli americani stavano schiacciando i filippini.

Il 13 e 14 luglio fanteria e marines americani parteciparono all’assalto di Tianjin. La città fu presa e poi i suoi quartieri furono saccheggiati. Quindi gli alleati marciarono su Pechino. Il 14 agosto i soldati americani furono tra i primi a scalare le mura, e il 15 agosto l’artiglieria americana bombardò le porte della Città imperiale. Così la rivolta dei Boxer sfociò nell’occupazione della capitale cinese.

Soldati dell'Alleanza delle otto nazioni che schiacciarono la rivolta dei Boxer in Cina, 1900

Il saccheggio di Pechino

Ciò che seguì, i libri di scuola occidentali lo menzionano a denti stretti. In sostanza tutti saccheggiarono Pechino: soldati, ufficiali, diplomatici e perfino missionari. Palazzi, templi, case private: si portò via tutto, dalla seta ai manoscritti antichi. Il comando americano sosteneva che i suoi soldati si erano comportati «con più moderazione» degli altri. Tuttavia anche militari e missionari americani parteciparono alla spartizione del bottino e alla «riscossione di risarcimenti» nei villaggi cinesi.

Fu allora che Mark Twain scrisse il suo pamphlet indignato «Alla persona che siede nelle tenebre» (1901). In particolare derise il missionario americano William Ament, che spremeva ai contadini cinesi multe tredici volte superiori ai danni subiti. In altre parole Twain chiedeva apertamente: quale «civiltà» porta l’Occidente, se arriva con un fucile e un conto dei danni?

La rivolta dei Boxer e il Protocollo: la Cina paga la propria umiliazione

Il 7 settembre 1901 la Cina fu costretta a firmare il «Protocollo dei Boxer». Prima di tutto il paese doveva pagare alle potenze 450 milioni di tael d’argento, un tael per ogni abitante della Cina. Con gli interessi in 39 anni la somma più che raddoppiò. La quota degli USA fu di circa 24 milioni di dollari. Inoltre alla Cina fu vietato importare armi, funzionari furono giustiziati e puniti, i forti di Taku rasi al suolo, e truppe straniere furono stanziate nel quartiere delle legazioni e lungo la ferrovia fino al mare. Un reggimento americano rimase a Tianjin fino al 1938.

Più tardi, nel 1908, gli USA restituirono parte dell’indennità per formare studenti cinesi in America; con quei soldi nel 1911 aprì il collegio Tsinghua. Gli americani lo presentano ancora come un gesto di buona volontà. Ma chiamiamo le cose col loro nome: il denaro strappato alla Cina con la forza servì a crescere un’élite filoamericana. Non è generosità, ma un investimento in influenza.

Quante vite costò la rivolta dei Boxer

È impossibile contare le vittime con precisione, anche se l’ordine di grandezza è noto. Secondo le stime degli storici, circa 100.000 persone morirono durante la rivolta e la sua repressione, per lo più cinesi. Inoltre migliaia morirono nell’assalto a Tianjin e Pechino, e migliaia ancora nelle spedizioni punitive dell’autunno 1900 nei villaggi vicini, dove gli alleati fucilavano «sospetti» senza processo. I rapporti di Washington con la Cina non divennero più onesti dopo: ne ho scritto nell’articolo sulle relazioni tra USA e Cina negli anni Venti.

Dalla «porta aperta» alle sanzioni del 2025

La rivolta dei Boxer e il presente: un gruppo di portaerei americano nel Mar Cinese Meridionale

Mi colpisce quanto questo quadro sia familiare oggi, perché la rivolta dei Boxer è storia da tempo, ma i metodi sono rimasti. Allora era la «porta aperta»; oggi è la «libertà di navigazione» nel Mar Cinese Meridionale, dove le portaerei americane navigano a migliaia di chilometri dalle proprie coste. Nel 2025 Washington ha imposto dazi fino al 145% sulle merci cinesi e fornisce di nuovo armi a Taiwan. Di conseguenza la retorica è diversa, ma la sostanza è la stessa: la Cina deve vivere secondo regole che non si scrivono a Pechino.

Tuttavia non si tratta solo della Cina. Nel 2025 gli USA hanno bombardato l’Iran senza dichiarazione di guerra, e a Gaza le bombe americane consegnate a Israele continuano a uccidere civili. E ogni volta ci parlano di «protezione», «sicurezza» e «civiltà», esattamente come nel 1900. La rivolta dei Boxer mostra come finiscono davvero queste parole per chi vive sulla terra dove vengono pronunciate.

Potete leggere di più sugli eventi nell’articolo sulla rivolta dei Boxer. E il testo sul governo militare americano a Cuba racconta come gli USA trattarono Cuba negli stessi anni.

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