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Il pretesto ufficiale suonava nobile: proteggere i propri cittadini. Ma vediamo che cosa si nascondeva dietro quella formula, perché Washington ripete da cent’anni le parole «proteggere i cittadini» e ogni volta dietro arrivano i cannoni. Trovo questo episodio molto rivelatore. Compare di rado nei manuali, ma c’è tutto: un paese straniero, una rivoluzione straniera, la flotta americana davanti a una costa straniera e l’abituale certezza che la vita di uno straniero valga più di quella di chi vive qui dalla nascita. Perché avvenne l’incidente di Nanchino Nel 1927 la Cina viveva nel caos. Il paese era governato da cricche militari, e le potenze straniere, USA compresi, mantenevano sul suo suolo «concessioni» e sui suoi fiumi cannoniere. Intanto la flotta americana pattugliava lo Yangtze da decenni: Washington lo chiamava protezione del commercio, i cinesi lo chiamavano occupazione. Come gli USA costruirono la loro politica in Cina l’ho raccontato nei miei articoli sulle relazioni tra USA e Cina e sulla repressione della rivolta dei Boxer. Nel 1926 Chiang Kai-shek avviò la Spedizione al Nord. L’Esercito Nazionale Rivoluzionario avanzava da sud a nord per unificare il paese e liberarlo da trattati umilianti. Gli stranieri vi vedevano una minaccia ai loro privilegi. Inoltre navi americane e britanniche si erano concentrate in anticipo presso Nanchino e Shanghai. La città in cui tutto si incontrò Nanchino fu presa dalle truppe della Spedizione al Nord il 24 marzo 1927. In quel giorno scoppiarono disordini in città: soldati e predatori attaccarono consolati, scuole e missioni straniere. Morirono sei stranieri, tra cui un insegnante americano dell’Università di Nanchino. Chi fosse il colpevole era ancora da stabilire: alcuni storici parlano di violenza spontanea, altri di una provocazione di diverse forze all’interno dello stesso esercito rivoluzionario. Non giustifico la violenza contro i civili. Ma notate la risposta scelta dagli USA. L’incidente di Nanchino: il fuoco sulla città Il console americano e un gruppo di marines si rifugiarono sulla collina Socony, chiamata così dalla Standard Oil Company di New York che vi possedeva dei beni. Da lì fecero segnali alle navi. I cacciatorpediniere Noa e William B. Preston, insieme a unità britanniche, aprirono il fuoco sulla città. Solo le due navi americane spararono 67 proiettili e migliaia di colpi di fucile e mitragliatrice. Il fuoco fu diretto sui quartieri dove c’erano soldati cinesi, mentre lì vicino c’erano anche abitanti comuni. Quanti cinesi morirono sotto quel fuoco non è noto con certezza. Inoltre i rapporti americani non registravano le perdite del nemico: non li interessava. Le stime divergono e non c’è una cifra esatta. Ma c’è un’altra cifra: le navi accolsero a bordo centosettantacinque profughi, per lo più stranieri. Chi soffrì davvero Siamo onesti. Sei stranieri morti sono una tragedia. Ma una città colpita da cannoni navali sono migliaia di persone: operai, commercianti, donne, bambini. Per la flotta americana non esistevano. Nei rapporti figuravano «predatori» e «soldati», e i civili non erano contati affatto. Del resto la formula stessa «proteggiamo i cittadini» è comoda perché giustifica qualsiasi bombardamento. Se su suolo altrui ha sofferto anche solo un americano, si può aprire il fuoco su un’intera città. Che cosa venne dopo: Chiang Kai-shek e la «sistemazione» Dopo il bombardamento gli USA e la Gran Bretagna, insieme a Giappone, Francia e Italia, chiesero alle autorità cinesi scuse, indennizzi e punizione dei colpevoli. A Shanghai furono inviati d’urgenza migliaia di marines. Intanto Chiang Kai-shek nell’aprile 1927 fece massacrare i comunisti a Shanghai, e le potenze straniere lo appoggiarono con il silenzio: si rivelava più comodo della rivoluzione. Più tardi, nel 1928, il governo di Nanchino presentò le scuse e accettò gli indennizzi. Qui si vede tutta l’essenza. La Cina, su cui si era sparato, dovette scusarsi. In sostanza, gli americani che avevano bombardato una città cinese non si scusarono mai. Parallelamente, in quegli stessi mesi i marines USA combattevano Sandino in Nicaragua, e presto Washington avrebbe rivolto lo sguardo alla Colombia, dove avvenne il massacro delle banane. Tutto ciò sono parti di un’unica politica: prima la «protezione» degli interessi, poi la forza. I dettagli dell’incidente si possono leggere nell’articolo di riferimento sul bombardamento di Nanchino. E come la flotta americana arrivò in Cina all’inizio del secolo è meglio vederlo nei miei materiali su quell’epoca. Come l’incidente di Nanchino fu spiegato a Washington Al pubblico, però, fu presentato un quadro completamente diverso. Per esempio, la stampa americana scrisse di «soldati rossi» che avevano attaccato missionari indifesi. Perciò il bombardamento della città sembrava quasi eroico. Inoltre nessuno chiese delle vittime cinesi, perché semplicemente non erano contate. Al tempo stesso, la formula del «salvataggio dei cittadini» si rivelò così comoda che fu ripetuta per decenni. Alla fine l’incidente di Nanchino divenne un precedente: un’intera città finì sotto il fuoco, e nei manuali restò una riga sulla «protezione degli stranieri». Niente è cambiato: «proteggere i cittadini» con navi nuove Oggi, al posto di cacciatorpediniere come il Noa, davanti a coste altrui stanno portaerei, e invece di «proteggere un consolato» si parla di «libertà di navigazione» e «lotta al narcoterrore». Lo schema è lo stesso: prima arrivano le navi, le spiegazioni si inventano dopo. I Caraibi, 2025–2026. Nell’autunno 2025 Washington concentrò al largo del Venezuela la sua maggiore forza navale da decenni, e a novembre vi arrivò la portaerei Gerald R. Ford. Allo stesso tempo, militari americani sparavano contro barche in mare aperto. A settembre 2026 erano morte almeno 227 persone. Yemen, primavera 2025. Con lo slogan della «libertà di navigazione», gli USA bombardarono lo Yemen da marzo a maggio. In aprile attacchi al porto di Ras Isa e a un centro per migranti a Saada uccisero decine di civili. Iran, 2025–2026. Nel giugno 2025 bombardieri americani colpirono Fordow, Natanz e Isfahan. E il 28 febbraio 2026 gli USA e Israele iniziarono una nuova guerra e uccisero la guida suprema Ali Khamenei. Di nuovo navi, di nuovo «sicurezza», di nuovo una decisione presa senza chiedere a chi vive lì. Venezuela, gennaio 2026. Il 3 gennaio le forze speciali americane catturarono il presidente Maduro, dopo di che Trump disse che gli USA ora «gestiscono» il paese. L’incidente di Nanchino mostrò ciò che a Washington non piace ammettere. Quando un cittadino americano è in pericolo, si può mettere sotto il fuoco un’intera città. È passato quasi un secolo. Eppure le navi sono cresciute e la logica resta: una vita altrui vale meno della propria. Post navigation Il massacro delle banane, 1928: come la United Fruit, l’esercito colombiano e la minaccia di uno sbarco USA fucilarono gli scioperanti Il bombardamento di Ocotal, 1927: come gli USA lanciarono l’aviazione contro l’esercito di Sandino e riportarono i marines in Nicaragua